Da un’indagine emerge una correlazione chiara: un aumento anche modesto dell’indice di vegetazione è associato a una riduzione del 7% del rischio complessivo di ricovero per disturbi mentali. Alcune patologie mostrano effetti ancora più marcati: i disturbi da uso di sostanze registrano un calo del 9%, i disturbi psicotici del 7%, la demenza del 6% e l’ansia del 3%. L’impatto è particolarmente evidente nelle grandi metropoli, dove un miglioramento della copertura verde può portare a una diminuzione del rischio fino al 13%.
Le differenze tra Paesi e i limiti dello studio
Gli effetti non sono uniformi ovunque: la Thailandia mostra i benefici più rilevanti, mentre in Australia l’associazione appare meno forte. Le ragioni possono essere molteplici e includere differenze culturali, climatiche, urbanistiche e nella gestione dei sistemi sanitari.
Gli autori dell’indagine sottolineano inoltre alcuni limiti: lo studio riguarda solo i ricoveri ospedalieri, escludendo i casi meno gravi, e il NDVI misura la quantità di vegetazione, non la sua qualità, l’accessibilità o la biodiversità, elementi che potrebbero influire ulteriormente sul benessere psicologico.
Nonostante i limiti, il messaggio è chiaro: investire in spazi verdi urbani, parchi accessibili e corridoi ecologici non porta solo benefici estetici o ambientali, ma può ridurre la pressione sul sistema sanitario, sostenere la produttività e migliorare il benessere collettivo. La natura, nelle città, si conferma dunque non un lusso, ma una risorsa essenziale.

