La longevità è scritta nel DNA? Individuati i geni che possono regalare anni di salute - Bellissimamente

La longevità è scritta nel DNA? Individuati i geni che possono regalare anni di salute

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Raggiungere un’età avanzata mantenendo una buona salute dipende da numerosi elementi. Alimentazione, attività fisica, condizioni economiche, istruzione, ambiente e accesso alle cure possono influenzare profondamente il modo in cui una persona invecchia. Una nuova ricerca suggerisce però che anche la famiglia e il patrimonio genetico potrebbero avere un ruolo importante.

Gli scienziati hanno studiato il DNA di persone appartenenti a famiglie caratterizzate da una longevità superiore alla media. L’obiettivo era individuare eventuali varianti genetiche capaci di proteggere l’organismo dalle malattie legate all’età. I risultati hanno portato all’identificazione di dodici possibili varianti, tra le quali ne spicca una collegata al controllo dell’infiammazione.

Vivere a lungo non significa sempre vivere in salute

Nel corso dell’ultimo secolo l’aspettativa di vita è aumentata in molte parti del pianeta. Oggi numerose persone raggiungono e superano gli ottant’anni, grazie ai progressi della medicina, alle vaccinazioni, a condizioni igieniche migliori e a una maggiore disponibilità di cure.

L’aumento della durata della vita, però, non è stato sempre accompagnato da una crescita equivalente degli anni vissuti in buona salute. Una persona può raggiungere un’età avanzata, ma trascorrere una parte significativa della vecchiaia convivendo con diabete, problemi cardiovascolari, disturbi articolari o altre malattie croniche.

Per questo motivo i ricercatori non studiano soltanto la longevità intesa come numero complessivo di anni vissuti. L’attenzione si concentra sempre di più sulla cosiddetta longevità in salute, cioè sulla possibilità di invecchiare mantenendo autonomia, capacità cognitive e buone condizioni fisiche.

Le famiglie longeve possono offrire indizi preziosi

La nuova ricerca, presentata durante la conferenza annuale della Società Europea di Genetica Umana a Göteborg, ha osservato la longevità da un punto di vista familiare e intergenerazionale.

Precedenti studi avevano già mostrato un dato particolarmente interessante. Gli adulti di mezza età nati da genitori longevi tendevano a sviluppare alcune malattie cardiometaboliche circa tredici anni più tardi rispetto ai loro partner provenienti da famiglie con un’aspettativa di vita più comune.

Questo non significa che il destino di ogni persona sia stabilito alla nascita. All’interno della stessa famiglia possono esserci individui con percorsi di salute molto differenti. Le abitudini quotidiane, il lavoro, il reddito, l’ambiente e numerosi altri fattori possono rafforzare oppure indebolire una predisposizione genetica.

Il dato suggerisce comunque che alcuni meccanismi biologici protettivi possano essere trasmessi da una generazione all’altra.

Dal DNA di 212 gruppi di fratelli alle 12 varianti

Gli studiosi del Centro medico universitario dell’Università di Leida, nei Paesi Bassi, hanno analizzato il DNA di 212 gruppi di fratelli longevi. Confrontando i loro profili genetici, hanno individuato quattro regioni del genoma nelle quali sembravano concentrarsi possibili elementi collegati alla durata della vita in salute.

Questa prima selezione ha consentito di restringere notevolmente il campo. Invece di dover esaminare circa 20.000 geni, i ricercatori hanno potuto concentrarsi su un gruppo di circa 350.

Dopo ulteriori analisi sono emerse dodici varianti genetiche considerate particolarmente interessanti. Al momento non è possibile affermare che siano direttamente responsabili della longevità, ma rappresentano piste utili per comprendere perché alcune persone sembrano essere maggiormente protette dalle conseguenze dell’invecchiamento.

Il ruolo del gene CGAS e dell’infiammazione

Tra le varianti individuate, una delle più studiate riguarda il gene CGAS, sigla di cGMP-AMP sintasi. Questo gene partecipa a un importante sistema di sorveglianza presente nelle cellule.

Quando il DNA viene rilevato in un’area della cellula nella quale normalmente non dovrebbe trovarsi, il sistema CGAS può attivare una risposta immunitaria e infiammatoria. Ciò può accadere durante un’infezione, ma anche quando il materiale genetico della cellula subisce dei danni.

Una risposta infiammatoria controllata è utile perché aiuta l’organismo a combattere i microrganismi e a riparare i tessuti. Quando l’attivazione diventa eccessiva o prolungata, però, l’infiammazione può contribuire allo sviluppo di diverse patologie associate all’età.

Secondo l’ipotesi dei ricercatori, alcuni membri delle famiglie longeve potrebbero possedere una sola copia pienamente attiva del gene CGAS invece di due. Questa caratteristica potrebbe ridurre le reazioni infiammatorie troppo intense, lasciando comunque all’organismo una capacità sufficiente per affrontare infezioni e danni cellulari.

Una scoperta promettente, ma ancora da confermare

I primi risultati ottenuti sul funzionamento di questa variante derivano da esperimenti cellulari condotti in laboratorio. Saranno quindi necessari nuovi studi su organismi modello e successivamente sull’essere umano.

Gli scienziati dovranno verificare come la variante influenzi nel tempo organi, tessuti, sistema immunitario e rischio di malattie. Dovranno inoltre comprendere quali effetti possano derivare dall’interazione tra CGAS, le altre varianti genetiche individuate e lo stile di vita.

La ricerca non dimostra che esista un singolo “gene della lunga vita”. La longevità appare piuttosto come il risultato di numerosi fattori biologici, ambientali e sociali che agiscono insieme.

Conoscere meglio questi meccanismi potrebbe però aiutare, in futuro, a sviluppare strategie capaci di controllare l’infiammazione e prevenire alcune malattie dell’età avanzata. L’obiettivo non sarebbe semplicemente vivere più anni, ma riuscire a trascorrerli conservando il più a lungo possibile salute e indipendenza.

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